1933
Una vecchia fotografia porta una data
scritta in bella grafia sul bordo inferiore: 1933
Un bambino di circa due anni, biondissimo,
dallo sguardo incuriosito, con un vestitino sdrucito da cui spuntano due
esili gambette è tenuto per mano da un altro bambino, vestito da
marinaretto che con aria furbastra osserva divertito la macchina
fotografica. A sua volta il marinaretto è tenuto per mano da un altro
bambino, chiaramente cresciuto troppo in fretta, che con una smorfia
bonaria cerca di difendere gli occhi dal riverbero del sole.
In primo piano campeggia il modello di una
bella barca a vela adagiata elegantemente sull’invaso. L’albero è più alto
dei bambini e porta la randa infierita cazzata a ferro. Lo scafo è bianco,
la coperta in legno scuro e un lungo bompresso sostiene gli stralli dei
due fiocchi.
Dono di uno zio paterno, direttore di
macchina sui mercantili, scatenerà per anni, l’inesauribile fantasia dei
tre bambini e accenderà un fuoco che ancora non si è spento.
1934
Nonna Eugenia
trascorre la notte nella casa di via Lamarmora. E’ un avvenimento insolito
e tutta la famiglia si adopera per rendere questo soggiorno il più
confortevole possibile. Dai bauli vengono amorevolmente tirate fuori le
più belle lenzuola. Vengono stese sul letto migliore ma………..orrore,
proprio nel mezzo, compaiono due buchi triangolari, uno grande e uno
piccolo. Sembrano due occhi ridanciani che ammiccando guardano le donne
stupite.
Sono semplicemente due vele: un fiocco e
una randa. Scoppia una buriana che inesorabilmente si abbatte sul più
piccolo, un tenero fanciullo di soli quattro anni con i capelli
biondissimi e lo sguardo smarrito.
Divenuto uomo, il bambino, non si
ricorderà di essere stato tra i primi velai ad aver tagliato vele Marconi
e chissà…….forse anche il primo genova in testa d’albero. Ma potrebbe
anche essere stata l’opera geniale di qualche altro precursore rimasto
sconosciuto.
1936
Un uomo sui quarant’anni conduce a spasso
i suoi quattro figli. Tiene per mano il più piccolo, un esserino che
cammina appena, nero nero, con due occhi che sembrano due carboni ardenti.
Gli altri tre bambini razzolano intorno, ognuno immerso nei suoi sogni,
nelle proprie fantastiche avventure. Lo scenario è sempre lo stesso: il
porto, le navi, le barche, il mare. Sul faro del molo di levante lo
sguardo spazia verso il mare aperto e l’uomo racconta di sommergibili
sbattuti dal mare in tempesta, di sommergibili posati sul fondo braccati
dai caccia austriaci, dell’aria che si fa sempre più pesante e
irrespirabile, di volate folli con i MAS in Adriatico e nel Tirreno, di
estenuanti traversate oceaniche con le carboniere dirette in America, gli
arrivi nei porti sconosciuti, le partenze, le burrasche, la vita del
marinaio.
I bambini ascoltano, non perdono una
parola, capiscono anche che l’uomo ha voltato le spalle al mare, lo ama ma
anche lo odia per quella sua giovinezza bruciata nella sala macchina dei
piroscafi, assordata dal boato dei dodici cilindri dei MAS, avvelenata
dall’aria maleodorante dei diesel dei sommergibili. Ma l’uomo è rimasto
sempre un marinaio. Custodisce gelosamente le fotografie in cui è ritratto
in divisa di allievo dell’Accademia Navale e di giovane ufficiale. Dipinge
sommergibili nel mare in tempesta, costruisce modellini di navi, compra
libri che parlano di mare. Ogni tanto il fratello maggiore che naviga
ancora fa scalo a Cagliari. Sembra portarsi dietro il profumo di terre
esotiche. I bambini crescono in questo ambiente, respirano quell’aria e il
loro libro preferito sarà l’Almanacco Navale, il premio ambito: la
passeggiata domenicale al porto.
Non c’è due senza tre
Circa un anno fa
buttai giù alcuni ricordi dell’infanzia, della guerra,e dello sfollamento
dedicando idealmente quelle poche righe a mio fratello Lucio con il quale
avevo vissuto quelle vicende. Ormai avevo peccato, e ci avevo anche preso
gusto, perché non continuare?
La mia vita, che tutto sommato, mi era
sempre sembrata grigia, opaca, monotona non pareva offrirmi spunti degni
di nota fino a quando un pungente odore di benzina avio, il ruggito di un
motore smanettato a tutta potenza , il gracchiare in cuffia dei
controllori, un folletto che danzava trepidante davanti al disco di
un’elica mi ricordarono che nel mio piccolo avevo vissuto una travolgente
straordinaria avventura durata quindici anni. E chi meglio di Gino poteva
capire quelle ansie, quelle gioie, quelle paure e quelle solitarie
palpitanti emozioni?
Scrissi così di quella mia seconda
giovinezza, poche pagine, ma dalle quali traspare il mio grande amore per
gli aeroplani e il volo e soprattutto quanto l’aviazione in quindici anni
era riuscita a darmi.
Ma ho avuto, anzi ho, un altro grande
amore: la vela. Questa passione mi travolge ormai da quarant’anni e come
tutti i grandi amori ha i suoi alti e i suoi bassi ma l’emozione, quando
salgo su una barca a vela è quella di sempre. Basta un po’ di vento, una
vela candida, uno scafo sbandato e mi sembra di assistere a un miracolo
della natura, un miracolo a cui ancora non mi sono abituato. Sono decenni
che vado su e giù nel golfo ma potrei continuare per secoli senza
stancarmi.
Eccomi quindi a scrivere alcune paginette,
che dedico naturalmente a Piero. E’ un suo diritto, è quello che tra di
noi ha avuto una militanza più impegnativa e prestigiosa, quello che
veramente non ha mai tradito, quello che veramente ha dato tutto se stesso
alla vela.
Ma Piero, ancora una riflessione, anzi
un’intima confidenza. Nel complesso sei sempre stato più bravo di me, lo
ammetto senza riserve, ma per quanti sforzi abbia fatto, non sono mai
riuscito ad ammettere, nel mio intimo, che al timone di uno I.O.R. tu
riuscissi a mettere la tua prua davanti alla mia. Hai regatato con le
barche che a Cagliari erano sempre considerate al top mentre io,spesso,
mi sono dovuto accontentare, ma quando le mie armi erano affilate come le
tue, confessalo, hai sempre saputo che potevi vincere la regata solo
passando sul mio cadavere. Senza presunzione, a quei tempi, in Sardegna
non c’era nessuno migliore di noi e se avessimo potuto fondere le nostre
qualità quale magnifico timoniere sarebbe nato. Qualcuno, in banchina,
potrebbe anche sorridere, ma pochi hanno sorriso in mare anche perché gli
uomini migliori erano con noi e noi con loro.
Facemmo la nostra prima regata insieme nel
1955. Ricordi ? Era forse la prima Poetto-Cagliari. Finemmo a bagno per
una strambata involontaria, ma perdio, eravamo in testa con Han Bum Bam
cavalcando una levantata che ci lasciava senza respiro.
Abbiamo fatto l’ultima regata insieme il 5
marzo 1989. Trentacinque anni di regate, di boline di lotte.
To be continued...
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