50 anni di vela

 

 

Le puntate precedenti

 

 
 

 

Sabato 11 febbraio 1989.

Il solito panino al club, le solite due chiacchere e poi in barca per la solita uscita. Il tempo è sempre sfacciatamente bello ma sembra che vi sia un po’ di vento. Ci allontaniamo di bolina verso il largo e rientriamo con lo spi. Facciamo un paio di strambate e come sempre vi è un momento in cui il coordinamento fra prua e poppa viene a mancare. Dovrei riprendere la manovra con la telecamera e cercare di scoprire dove è l’inghippo. Indubbiamente un momento di crisi è quando Nanni, lasciato solo, non cazza il tangone velocemente.

Ci ingaggiamo con altre barche e le boline non mi sembrano buone. La colpa è sempre del vento al dì sotto dei venti nodi. Ma io sono sempre fissato con la randa.

Le previsioni per domani sono grigie. Il tempo sarà una fotografia della prima regata. Coraggio, domani è un altro giorno, un’altra regata.

 

 

Domenica, 12 febbraio 1989.

Già prima di alzarmi, i miei occhi assonnati hanno stimato la luce che penetra nella stanza e il movimento dei pini in viale Diaz. Si annuncia una splendida giornata di sole. Mentre mi rado, e mentre mi vesto e faccio colazione il mio pensiero corre sempre alla regata. E’ incredibile come dopo tanti anni debba sentire la regata in maniera così coinvolgente. Per me è come la prima volta, è come sfogliare un libro che ho tanto desiderato, è come affacciarmi in un mondo sconosciuto dove può accadere di tutto. Più ci penso e più sono convinto che le regate sono la vela, quella vera. Chiunque non abbia fatto regate non saprà mai cosa significa l’arte del bordeggio, la folle corsa delle impoppate con lo spi, la tensione spasmodica delle partenze e la lotta selvaggia per la conquista di una buona posizione. Spessoo, in regata, guardo la costa e penso a quante migliaia di occhi sognanti stanno guardando le nostre candide vele e i nostri variopinti spinnaker. E noi facciamo parte di questo magico mondo, incredibile. Ma questi sono pensieri miei. Scusate.

Anche questa volta Daniele non viene. In banchina trovo già Chicco e Mariano. Dopo pochi minuti arrivano, con passo strascicato, segno di una notte dissoluta, i vitelloni seguiti da zio Nanni con la torta di mele.

Un leggero maestralino sembra promettere una giornata diversa da quella di domenica scorsa. Nanni è preoccupato per la bassa marea che potrebbe crearci problemi all’imboccatura del porto. Il Sarit ci prova e si incaglia. Non sono che le avvisaglie di una giornata funesta per lui. Il Mauro lo sbanda con una drizza e riesce a uscire. Tentiamo noi seguiti dal Swan di Alghero e da Shardana 2. Ci teniamo sulla sinistra e passiamo indenni. In pochi minuti il mare si riempe di barche. Sono trentotto. Un record per la Sardegna escludendo le grandi regate di Porto Cervo. Percorso costiero. Partenza di bolina verso la costa fino a una boa di disimpegno a soli cinquecento metri dalla linea di partenza. La distanza è troppo poca per determinare una certa selezione fra le barche. Bisognerà stare molto attenti. Il vento è molto debole ma almeno ci muoviamo.

Partiamo leggermente in ritardo mure a dritta. Appena possiamo viriamo e tiriamo il bordo lungo verso la boa. Le barche che ora sono tutte sparpagliate ma, tra breve saranno tutte riunite in boa e allora sarà un bel casino. Quando crediamo di farcela viriamo e ci mettiamo mura a dritta. E’ come viaggiare dentro un imbuto. Più vai avanti e più le tue possibilità di manovra si riducono. Non puoi nè poggiare né orzare, ti senti come ingoiato da un buco nero. Bisogna tenere i nervi saldi con la speranza che qualcuno non faccia qualche cazzata. Quando credo di essere a buon punto, perché la boa è a pochi metri, vedo apparire da dietro il  genova il Sarit, che mure a sinistra viene verso di noi in piena velocità. Con un occhio guardo la boa, ma con l’altro tengo d’occhio quel pazzo con la speranza di capire cosa intende fare. Ma non intende fare proprio niente; quando vedo quella prua minacciosa passarmi a pochi metri capisco che vuol giocare all’auto scontro. Anche volendo ormai non può fare più niente. Il povero Ezechiele che ci segue, è la vittima designata. Vedo Luciano Randaccio che guarda la prua del Sarit che sfonda con un boato sinistro la fiancata della barca, salire in coperta, sfondare il genova e tranciare una sartia. Sono costretto a guardare davanti perché ormai siamo in boa mentre mi lascio di poppa una canea di urla, di ingiurie, bestemmie e tonfi di altre collisioni. Mi accorgo con terrore che non ho velocità per evitare la boa. Avverto Piero come se potesse darmi una mano. <<Vai avanti, in mezzo a tutto questo casino non ci vede nessuno.>> Riesco a passare con mezza barca, cerco di poggiare paer allontanare la poppa dalla boa mentre i ragazzi alzano le gambe per non toccarla. Ma non sono fortunato: vedo la poppa sfiorare di pochi centimetri la boa. Mi volto e vedo un ragazzo a prua del Mauro che si sbraccia gridando. Abbozzo un gestaccio e mi metto in rotta.

La collisione e la toccata della boa mi hanno mezzo avvelenato la giornata e quando vedo il Mauro sventolare una bella bandiera rossa sul paterazzo capisco che ci sarà da lottare per non farsi penalizzare. Per fare camminare la barca andiamo un po’ strallati con mura a sinistra. Quando pensiamo di essere in buona posizione strambiamo e puntiamo direttamente in boa. Arriviamo tra i primi e evitiamo l’ingorgo che in questi casi si forma. Iniziamo la bolina, verso Cagliari, che il vento è sotto i dieci nodi e tende a calare. Mure a dritta facciamo un bordo solitario verso il largo. Quando viriamo notiamo che le barche che hanno bordeggiato sotto costo hanno guadagnato. Ci buttiamo dentro Calamosca alla ricerca di un po’ di fortuna. Ma quando rimettiamo il naso fuori la situazione non sembra cambiata. Decisamente la barca non stringe e perdo sempre più orza. Continuo sempre a pensare che la randa non vada bene specialmente con poco vento. Cedo il timone a Piero per vedere se riesce a ottenere migliori risultati. Intanto il vento è calato a pochi nodi. Viriamo la boa e tiriamo su lo spi. Questa volta ci teniamo sotto costa mentre il gruppone si tiene molto più in alto. Mi viene spontanea la domanda: come mai noi facciamo sempre il contrario degli altri ? e ancora perché nessuno ci marca ? Mistero.

Sotto il faro il vento tende sempre a rinforzare e a girare. Sembra che il libeccio voglia entrare allegro. Siamo un po’ precipitosi nel tirare giù lo spi e perdiamo un po’ di terreno. Comunque arriviamo in boa di bolina larga e puntiamo verso la bussola. Andiamo abbastamza bene perché sembriamo guadagnare sul Cristina e sul Mauro e passiamo alcuni J24. Il problema è adesso scegliere quale genova armare nell’ultima bolina. Come si comporterà il vento nella prossima  mezzora ? Ora dobbiamo cambiare e armare il due. Per un equipaggio perfettamente addestrato è una manovra facile e veloce con una irrilevante perdita di velocità ma per noi è un’operazione che comporta qualche rischio e sicuramente qualche minuto in cui la vela di prua non sviluppa tutta la sua potenza. Piero è per il n. 2 io per il n. 1. Decidiamo per il due. Piero mi chiede di fare l’ultima bolina. Appena viriamo abbiamo la sensazione di essere sotto invelati ma quando siamo per rimpiangere il genova uno il vento rinforza ed è il vento che piace alla Cleide. Abbiamo l’anemometro bloccato e qiundi non possiamo valutare se siamo oltre i venti nodi. Non riusciamo a vedere la boa e allunghiamo il percorso ma superiamo ugualmente il Mauro e alcune altre barche.

Riprendo il timone per la volata finale sotto spi. Facciamo il solito gioco: inizialmente un po’ all’orza per poi poggiare verso la boa. Spuntiamo oltre otto nodi e superiamo un J24 che tenta disperatamente di tenere il nostro passo facendo il surf sulla nostra scia. Il Mauro che ci tallona non tira su lo spi e perde terreno. Tagliamo il traguardo di volata al quarto posto. Peccato se quell’impoppata fosse stata un miglio più lunga……..

Siamo alla metà del campionato e i risultati sono un po’ deludenti. Dal punto di vista tattico abbiamo commesso alcuni errori. Abbiamo la tendenza a fare delle rotte solitarie e non sempre questa tattica paga. La sfortuna alle volte ha giocato un ruolo determinante  ma io sono sempre del parere che la randa non rende con poco vento. Comunque sarà la randa, sarà il peso, sarà la carena, sarà quel che sarà ma la Cleide è una delle barche più lente. Questo fatto comporta che, normali errori tattici o di navigazione, diventano per noi estremamente penalizzanti. Commettiamo gli stessi errori nelle regate con vento forte ma le prestazioni della barca sono tali che ci permettono di ricuperare. Non ci siamo forse permessi, in autunno, di partire quindici minuti dopo Shardana e il Cristina ? Sono bastate poche miglia per riagguantarli e fare letteralmente il vuoto dietro di noi. Ma non si può sperare di fare un ciclo di regate sempre in burrasca. Non mi pare che il problema possa essere risolto in maniera determinante. Con un maggior allenamento e affiatamento, qualche piccola modifica all’attrezzatura e un bricciolo di fortuna in più possono farci risalire di qualche posizione, ma non di più. In considerazione dei valori complessivi presenti sulla piazza vedo la Cleide intorno al terzo posto. Sarei pienamente soddisfatto di trovarmi, alla fine del campionato, in tale posizione.

 

Giovedì 23 febbraio 1989.

L’anticiclone delle Azzorre comincia a sfaldarsi. La pressione cala lentamente. Che sia la volta buona.

 

Venerdì, 24 febbraio 1989.

Stanotte ha diluviato. Che sia passato il primo fronte ? La giornata non sembra brutta. Sarà l’intervallo previsto, ma allora ……domani ….da nord o da sud ? vento solo o vento e acqua ? già e il maestrale ? è una vita che non soffia. Ma la pressione sta sempre calando e quindi non dovrebbe farsi vivo. Solo dopo, quando il fronte è passato con la pressione in aumento, sua maestà usa farsi sentire. Basta è come giocare al totocalcio.

Usciamo nel pomeriggio. Un mare lungo di libeccio ci tormenta e il vento va e viene cambiando direzione. Poche vele in mare: qualche surf, il Sarit, e Corrado e Silvia che impazzano con un 470. Fuori il mare è più cattivo e la barca ne risente. Incassa bene un colpo di mare ma , se ancora non si è rimessa, il secondo la mette in ginocchio. Perde un nodo e si riprende lentamente. Alle volte è colpa mia, ma ho la testa a pelo d’acqua e non riesco a vedere il mare corto quindici metri più avanti. Se mi sposto non vedo più i mostravento del genova e non ho strumenti a cui affidarmi.

Proviamo l’MPS senza peraltro risolvere il dilemma che ci perseguita: con vento forte è meglio il genova o l’MPS. Il vento rinfresca e decidiamo di rientrare ma dobbiamo correre in aiuto di Corrado e Silvia che hanno scuffiato con la deriva e sono a bagno. Il nostro è solo un aiuto morale perché non possiamo avvicinarci molto. I ragazzi ridono da morire nel vedere quella povera barca che scuffia in continuazione ma io sento il freddo che mi penetra nelle ossa e una stanchezza terribile che mi paralizza……vecchio glorioso 470, compagno di tante volate sul mare quando ancora la gioventù  ci faceva sentire invincibili. Nessuno tra i giovani imbarcati sulla Cleide provviene rdalle derive. Solo io e Piero sappiamo cosa stanno provando quei ragazzi in mare. Finalmente con l'aiuto del gommone del club riprendono la via di casa. Il vento è sempre forte, ormeggiamo di prua.

 

 

Domenica, 26 febbraio.

Ieri sera, fino alle ventitrè, è stato un susseguirsi di groppi spaventosi, stanotte ha piovuto e stamattina il vento è già molto forte. Eccolo il maestrale, non poteva proprio rimanere fuori da tutto questo casino. Ci vestiamo con studiata lentezza, siamo sempre più convinti che la regata non si farà. So come vanno queste cose , immagino il fermento al club, le discussioni, i pareri, tutti naturalmente disinteressati.

La questione fondamentale è che a nessuno fa piacere passare cinque ore in mezzo alla burrasca. I ragazzi vanno al club ad aggiungere casino al casino. Io rimango in barca con Cesare ad ascoltare eventuali comunicazioni radio.

Finalmente alle undici la radio comunica che la regata è rinviata. Non sappiamo se essere contenti o delusi. Indubbiamente sarebbe stata la giornata nostra, ma francamente nessuno avrebbe gioito nel trascorrere tre ore in mezzo a quella bufera. Rimane il fatto, però, che se la prova non verrà ricuperata, non abbiamo la prova da scartare. Al club circola la voce che sabato prossimo si farà il ricupero.

 

 

Sabato, 4 marzo 1989.

Una brutta settimana. Pioggia, vento e groppi. Come il solito, la perturbazione ci lascia in eredità un bel maestrale che soffia dalla mattina presto. Soffia bene ma non sembrano condizioni proibitive. Tuttavia Pedemonte prende tempo e per noi comincia la solita snervante attesa. I ragazzi, spazientiti, cominciano a bighellonare sul molo e Piero, come un’anima in pena, finisce, come al solito, al club per sentire dal vivo tutto ciò che a me arriva attraverso la radio. Verso le dieci la CP della Capitaneria chiede, per radio, istruzioni. Pedemonte, forse tranquillizzato dalla presenza della CP e confortato dalle notizie di alcune barche che sono uscite in avanscoperta si decide e molla gli ormeggi con “Sa Giustizia”.

Fuori il vento è forte ma non supera i 35 nodi. Sarà comunque molto dura, poco più di due ore ma due ore infernali in un mondo sbandato di 45 gradi dominato dal vento e dagli spruzzi. Il percorso, inutile dirlo, è il solito triangolo, con partenza di bolina verso terra. Due mani di terzaroli e il fiocco olimpico. Partiamo abbastanza bene anche se una barca sopraggiungente chiede acqua affannosamente. Potrei orzare e buttali contro “Sa Giustizia” ma mi fanno pena. E’ una barca piccola e non sono nostri diretti concorrenti, capisco dal tono della voce che le loro sono grida di disperazione e probabilmente non sanno che non hanno diritto di precedenza. E poi la nostra posizione in classifica è tale che è meglio stare alla larga dai casini. Pertanto lascio un piccolo spazio e permetto che anche loro si infilino.

Strano, ma di questa regata non ricordo molto pur essendo trascorse solo quarantotto ore. Gli avvenimenti si sono svolti in tale rapida successione che non ho avuto quasi il tempo di fissare nella memoria i momenti più salienti della regata. Ho provato a chiedere l’aiuto di Daniele ma ho capito che ricorda meno di me. E’ una cosa che, una volta mi meravigliava ma poi ho capito che è normale. Nei momenti in cui si verificano situazioni particolarmente difficili, i ragazzi sono sempre occupati nella manovra e non hanno quindi la possibilità di guardarsi intorno.

Comunque la barca sembra andare bene, almeno come velocità. E’ l’orza che non mi convince. Con questo vento dovrei fare una fatica terribile per tenerla in rotta invece posso quasi mollare la ruota senza che la barca straorzi. Avverto Piero anche se so che non può proprio farci niente. Abbiamo poca randa ma se togliamo un mano di terzaroli si verificherebbe l’effetto contrario. Conosco ormai bene la Cleide e capisco che non è nelle giornate migliori. Tuttavia, se non ricordo male, viriamo la boa tra i primi, forse secondi. Via con il vento in poppa. Armiamo l’MPS per non rischiare con lo spi e sembra sia una buona mossa perché assistiamo a certe straorzate da incubo tra le barche che ci navigano vicine. A poche centinaia di metri dalla boa un rumore sinistro, una specie di botto soffocato accompagnato dallo sgradevole sfrigolio della tela che si lacera. Un attimo e l’Mps  si adaggia dolcemente sull’acqua.

Devo poggiare per non farlo finire sotto la barca mentre con la coda dell’occhio vedo il brandello di tela ancora attaccato alla drizza che sventola in testa d’albero. Virata la boa qualcuno dovrà andare in testa d’albero a ricuperare tutto. E’ Mauro che viene tirato su e in pochi minuti la drizza è in coperta. Bisogna salirci a diciotto metri d’altezza con la barca in velocità e sbandata. La rottura dell’MPS non è una grave perdita, almeno per me, che consideravo questa vela un aborto. La regata continua senza altri sussulti salvo una virata in boa al cardiopalma. E’ la randa che mi perseguita. Arriviamo in boa sparati e quando vado per poggiare la barca continua  per la sua rotta. Daniele o Mauro non hanno mollato la scotta. In acrobazia riesco a passare con la prua poi orzo per allontanare la poppa. Mi avvolgo letteralmente sulla boa senza però toccarla. Anche se la manovra non è stata molto appariscente considero quel momento come tra i più difficili di questo ciclo di regate. Siamo sempre in buona posizione ma la barca continua a non piacermi. Guardo spesso la poppa e vedo che rimane sempre un palmo fuori dall'’acqua. Con questo vento dovrebbe andare sotto completamente e rendere la barca più veloce e stabile. Quanti segnali ragazzi, quanti avvisi ci invia oggi la  Cleide e non riusciamo a interpretarli. Ma che ci facciamo a bordo io e Piero ?

Tagliamo il traguardo con eleganza, in virata. Non siamo andati male, forse siamo secondi o terzi ma sappiamo anche che i conti si faranno domani sera. Non mi sono mai stancato come questa volta. Ma tutti siamo particolarmente provati. Mettiamo faticosamente in ordine la barca e andiamo al club con la speranza di trovare roba da mangiare. Ci dobbiamo accontentare della torta di mele di Nanni.

Vado a casa e mi corico. Che fatica ragazzi.

 

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

   
   

 
   

 

 

 

 

 

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