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50 anni di vela |
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La seconda puntata del racconto di Ernesto Ciabatti che ci racconta la storia delle regate veliche a Cagliari Guarda la 1 puntata
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I RAGAZZI DI VIA LAMARMORA N° 52Alla fine degli anni quaranta la vela da competizione, a Cagliari, era tutta da inventare . La flotta, tutta ormeggiata in darsena, era costituita da qualche decina di canotti a vela con i quali i pescatori dilettanti si avventuravano sulle secche del golfo allora pescosissime. Alcuni erano splendidi scafi, molto apprezzati quelli carlofortini, marini e robusti in grado di affrontare con sicurezza il cattivo tempo. Da che mondo e mondo quando due barche a vela si sono incontrate in mare si sono sempre ingaggiate in regata. Per cui, saltuariamente, si organizzavano dentro il porto delle regate a cui partecipavano tutti i canotti più belli. Ricordo che quello del fotografo Moderno Bini era tra i più belli e veloci. Armati a vela latina e alcuni dotati di motore entrobordo da 5-6 cv: i famosi Bolinder a testa calda. La zavorra era costituita da alcuni cantoni di granito collocati a centro barca. I più prestigiosi ero dotati di una controchiglia in ghisa.Intanto noi, in via Lamarmora, cominciavamo a parlare di vela. Ancora impegnati a tempo pieno con l’aeromodellismo frequentavamo assiduamente l’aeroporto di Monserrato. A partire dal 1947 però tra un lancio e l’altro, ci dedicavamo a una attività assai pericolosa. In un angolo del campo vi erano i rottami di alcuni Stukas tedeschi che ben presto furono onorati della nostra affettuosa attenzione. Non ricordo come diavolo facessimo a portar via dall’aeroporto due aeroplani ma sta di fatto che in campo rimasero due cellule vuote e nel solaio di via Lamarmora si ammucchiarono tubi di alluminio, motori elettrici, cavi, strumenti, serbatoi, bombole, cuscinetti a sfere, pezzi di gomma e tanto altro materiale di prima qualità. Tutta l’operazione non era filata liscia perché i carabinieri del campo non gradivano questi nostri raid, ma a parte qualche spavento e qualche gustosa scenetta, alla fine eravamo proprietari di un negozio di surplus altamente specializzato. Da tutto questo materiale nacquero i marchingegni più strani tra i quali: un ingranditore fotografico, un tornio, carretti per le feste delle matricole e infine, alcune parti vitali della protagonista della nostra storia. Dopo cena cominciammo a fare progetti e a sognare. Discussioni interminabili che non approdavano a nulla in quanto, privi totalmente di risorse finanziarie, sapevamo di non poter realizzare niente di concreto. Certamente le idee dovevano essere molto confuse in quanto eravamo completamente all'oscuro anche dei più elementari problemi della vela e mancavano libri e riviste per poterci acculturare. Fu così che a qualcuno venne l’idea bislacca di trafugare lo scarpone di un Cant.Z.506 e trasformarlo in barca a vela. Seguirono settimane di studi e progetti in gran parte orientati sul modo come procurarci o rubare lo scarpone e dove eseguire i lavori. Alla fine, seppure a malincuore, dovemmo concludere che l’impresa era inattuabile. Tra l’altro, anche se ignoranti, non eravamo degli sprovveduti e avevamo capito che uno scafo progettato per flottare a 100 nodi non poteva navigare a 6-8 nodi e per di più sbandato. Gino e Lucio, tanto per consolarsi, ripiegarono sulla costruzione del modellino di un beccaccino. Per due esperti modellisti come loro l’impresa non presentò alcuna difficoltà e ciò probabilmente fu un grosso danno in quanto alimentò facili entusiasmi. Qui i miei ricordi si fanno un po’ confusi. La partenza per Brescia, alla fine del settembre 1948, mi tagliarono completamente fuori da tutto il processo che portò alla fase di realizzazione della prima barca.
PENNA BIANCADurante l’inverno babbo mi teneva costantemente aggiornato sugli sviluppi del progetto e durante le vacanze estive partecipavo di persona a tutta l’operazione. In effetti, però, devo dire, che avendo sempre alcune materie da riparare a settembre, il mio contributo fu sempre marginale. Penna Bianca fu quindi una creazione completamente opera di Gino e di Lucio. Quando rientrai a Cagliari, nel giugno del 1950, trovai il progetto ormai pronto. La questione finanziaria venne risolta con la vendita di una bellissima macchina fotografica e i dischi delle nove sinfonie di Beethoven. Fu un grosso sacrificio per tutti ma si riuscì così a rimediare il legname per la costruzione del beccaccino. Fu prontamente aperto il cantiere nell’androne del palazzo di via Lamarmora e piano piano, lavorando dieci ore al giorno, la barca cominciò a prendere forma. Per mancanza di soldi non si poterono acquistare i piani costruttivi originali e la barca fu realizzata ingrandendo in scala quelli che erano serviti per il modellino. Lo scafo riuscì perfetto nelle forme ma quando fu chiamato a consulto, un noto carpentiere, risultò che alcuni particolari della struttura non presentavano sufficiente garanzia di solidità. In poche parole l’esperto giudicò la barca pericolosa e assolutamente inadeguata ad affrontare il mare. Evidentemente fu molto convincente se Gino e Lucio abbandonarono la costruzione e si rimisero a preparare esami per l’università. Ma non erano tipi da arrendersi così facilmente e durante l’inverno smontarono completamente la barca e trasferirono tutto il materiale nel cortile di nonna in via Garibaldi. A primavera inoltrata ricominciarono la costruzione riducendo però le dimensioni dello scafo per poter usufruire dello stesso materiale. Quando nel giugno del 1951 arrivai a Cagliari, trovai Penna Bianca in fase di avanzata costruzione. Partecipai attivamente agli ultimi lavori e alle rifiniture. Non disponendo dei soldi per comprare il legname per la costruzione dell’albero decidemmo di impiegare i famosi tubi di alluminio fregati agli Stukas. Ma nonostante tentassimo tutte le combinazioni possibili, l’albero risultava sempre 50 cm più corto. Fu a questo punto che mi venne un’idea rivoluzionaria. Avevo già studiato statica e resistenza dei materiali, sapevo che l’albero lavorava a carico di punta e che quindi si poteva benissimo incernierarlo sul ponte, rinforzando adeguatamente la coperta. Gino e Lucio sono un po’ restii, ancora oggi, ad attribuire completamente a me questa brillante soluzione che io invece rivendico interamente. Riconosco ai miei fratelli di aver intuito subito il problema contrariamente a tanti altri che continuarono a contestare la soluzione anche dopo le eccellenti prove pratiche. Comunque sia, forse con dieci anni di anticipo, Penna Bianca era la prima barca in Italia con l’albero di alluminio e per di più con la scassa sul ponte. In effetti l’albero, a causa della ridotta sezione dei tubi, si fletteva paurosamente con vento forte tanto che nel 1952 costruimmo un albero in legno e procedemmo alla sostituzione. Ma questa è un’altra questione, se avessimo avuto i tubi di sezione adeguata il tutto avrebbe funzionato alla perfezione, come funzionò e funziona tuttora in tutte le barche. Il giorno del varo, all’alba, una piccola folla di amici e parenti si ritrovarono in via Garibaldi. Portare la barca dal cortile interno al balcone di via Garibaldi fu una grossa impresa, calarla poi dal primo piano alla strada, tra un passaggio e l’altro del tram, fu un capolavoro di organizzazione e di somma incoscienza. Caricata su un carretto a mano spingemmo la barca fino al Poetto. Alla prima fermata, davanti a Portoghese, Penna Bianca fu varata senza nessuna cerimonia e inconsapevoli di vivere un momento importante per la vela cagliaritana, ammirammo orgogliosi quella nostra creatura. Dopo averla armata, Gino e Lucio, digiuni di vela, uscirono per un giro di collaudo. Nel complesso andò tutto bene e riuscirono a rientrare senza difficoltà. Quando toccò a me si era già levato un forte vento di scirocco e il mare cominciava ad ingrossare. Confesso che ebbi un po’ di paura, specialmente per l’albero, ma infine rientrammo sani e salvi. Nasceva così a Cagliari la vela di competizione. Da Penna Bianca, la prima deriva che abbia navigato a Cagliari e forse in Sardegna, nacquero i beccaccini di stazza, gli star, i ligtening, i ponam, i flyng junior, i 470, gli F.D. e via via fino ai surf e ai grossi I.O.R. Vedremo come Penna Bianca piombò nell’ambiente come una bomba, spazzò via tutte le barche con qualche pretesa e chiunque avesse voluto parlare di vela, di vera vela, avrebbe dovuto partire da Penna Bianca. Ed è quello che accadde. Purtroppo, Gino e Lucio poterono praticare la vela solo per pochi anni. Per esigenze di lavoro finirono in città lontane dal mare e loro malgrado dovettero abbandonare barche e regate. Con la loro partenza si disgregò un team che avrebbe potuto dare molto alla vela cagliaritana, sia in campo agonistico che in quello organizzativo.
In fondo Penna Bianca, anche per i suoi tempi, non era una gran barca. Pesava quanto un beccaccino di stazza pur essendo un metro più corto, le vele erano di confezione artigianale e in tela olona e, inoltre, la eccessiva flessione dell’albero determinava nelle andature strette una notevole perdita di potenza e il centraggio lasciava evidentemente a desiderare. Inoltre Gino e Lucio come equipaggio erano male assortiti in quanto facendo Gino il timoniere teneva la barca costantemente seduta di poppa. Ben altro rendimento si sarebbe ottenuto invece, sfruttando il suo peso e i suoi allunghi a centro barca. Tuttavia quando i pescatori organizzarono la prima regata, Penna Bianca non ebbe praticamente rivali e solo il canotto di Moderno Bini riuscì a finire la regata senza essere umiliato. Naturalmente questo fatto accese violente polemiche che ebbero tra l’altro il merito di sollecitare altre verifiche in mare e quindi l’organizzazione di altre regate. Le prime impressioni furono confermate, P. Bianca stringeva il vento venti gradi più dei canotti, era più veloce e scarrocciava meno. Molti non riuscirono a capire che anche la vela aveva fatto in tutto il mondo grandi progressi e che le derive erano ormai, e da anni, le barche da regata del futuro. Altri invece, specialmente i giovani, intuirono il mutare del vento e cercarono di acquistare in continente barche da competizione di seconda mano. Questo fu il grande merito di P.Bianca: aver dato una spallata a tutto l’ambiente della vela cagliaritano che praticamente era rimasto fermo ai primi anni trenta. Sicuramente la vela a Cagliari si sarebbe diffusa in ogni caso, ma è indubbio che i fratelli Ciabatti con la loro indiscutibile passione e a prezzo di notevoli sacrifici accelerarono la trasformazione in atto. Oggi possiamo dire che Cagliari in fatto di vela è fra le prime città italiane. Abbiamo avuto e abbiamo grandi campioni a livello mondiale in tutte le categorie e soprattutto il nostro golfo, in tutte le stagioni è punteggiato di vele candide, grandi e piccole, in gara fra loro. |
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