50 anni di vela

 

 

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Ultima puntata.

Speriamo che queste 20 puntate di 50 anni di storia vi siano piaciute. Molte volte Ernesto ha manifestato la sua perplessità sulla pubblicazione di questo suo personalissimo scritto, ma pensiamo che sia stato un piacevole quadretto della vela cagliaritana. Un piccolo, piccolissimo quadretto, perchè ci sarebbe  tanto, tantissimo da scrivere.

Certo che vedere oggi al Poetto sfrecciare i velocissimi windsurf fa un certo effetto. Soprattutto se pensiamo ai tempi di Penna Bianca...

 

 

Domenica, 5 marzo 1989.

Era nelle previsioni. Il maestrale è calato e si annuncia una splendida giornata di sole.

Ma di vento se ne vede poco. Siamo di buon umore nonostante si preveda una giornata non proprio favorevole per noi. Usciamo verso le dieci e attendiamo pazientemente le decisioni della giuria e soprattutto l’arrivo del vento. Lo spettacolo, per Cagliari, e io direi per quasi tutta l’Italia, è imponente. Conto oltre quaranta barche. Mai visti tanti I.O.R al Poetto. Piero passa il tempo facendo visite di cortesia con le altre barche, io armeggio con la telecamera e Nanni dormicchia rilassato sulla tuga. Rimorchiamo Antonello che è al timone di un J24 senza motore.

Verso sud-ovest pare si muova qualcosa. E’ questione di minuti che il libeccio arriva anche al Poetto. Pochi nodi ma ci permette di muoverci. Pedemonte segnala: regata costiera. E’ un percorso che non ci ha mai premiato e siamo delusi. In fondo io e Piero siamo rimasti dei derivisti e per noi il triangolo olimpico la regata migliore.

Ci godiamo la partenza dei J24. Si intruppano tutti in punto della linea di partenza e scoppia la bagarre. Gli equipaggi dei J24 sono tra i velisti più irascibili e rissosi. Fortunatamente la velocità è bassa e non si verificano collisioni pericolose. Non vedo bandiere di protesta segno che hanno risolto tutto, bonariamente, in famiglia. Ora tocca a noi. Partiamo da una zona abbastanza tranquilla e non abbiamo problemi, mura a dritta, a metterci in rotta. Non vediamo la boa ma speriamo di fare un bordo solo.  Vento intorno ai dieci nodi, mare calmo e bel sole. Proprio una giornata magnifica per passeggiare, ma non per regatare. Viriamo per primi la boa e puntiamo verso Cagliari. La rotta diretta è un lasco ma noi cerchiamo di tenerci un po’ alti in modo da percorrere le ultime miglia sotto spi. Anche gli altri che contano hanno la stessa idea, anzi, puntano decisamente a ponente. Dico a Piero che vedere il Cristina, il Mauro e l’Agnese così sopravvento mi preoccupa. Ma come il solito le mie pessimistiche previsioni non sono condivise. Una costante di questo campionato è stata quella di aver fatto quasi sempre delle rotte solitarie prendendo regolarmente schiaffi. Questa tattica è valida se si è nelle ultime posizioni ma quando si è in testa bisogna cercare di navigare nella stessa zona dei possibili avversari. Ma il bello è che i nostri avversari non ci hanno mai preso sul serio perché raramente si sono buttati sulla nostra scia. Errori madornali che potevano e sono costati preziosi punti. Ma è facile ragionare a tavolino e un conto ragionare sul ponte di una barca a vela. Forse è questo che distingue i grandi campioni. Sappiamo tutto della vela e della regata ma alle volte cadiamo banalmente nelle trappole che la prospettiva, il vento, il mare e gli avversari tendono lungo il percorso. Ma questo è tutto un altro discorso.

Quando crediamo di poterlo reggere tiriamo su lo spi e puntiamo verso la boa del porto. Arriviamo prima del Cristina ma l’Agnese ha diritto di precedenza e devo lasciarlo passare. Ma sono più veloce e dopo la virata lo ingaggio sopravvento. Sento che è mio, evidentemente non hanno ancora le vele a segno perché non rispondono al mio attacco. Sul più bello Piero mi dice di virare. Forse è meglio così, non ha senso un ingaggio all’ultimo sangue con il Cristina in aguato. Mure a dritta verso sud-est di bolina stretta. Anche l’Agnese vira e, come se avesse dato motore, se ne va stringendo come un dannato. Rimaniamo soli. Il gruppo, come al solito, naviga molto sopravvento. Nonostante la regata non stia andando male sento la barca lenta e senza forza. Peccato, peccato e ancora peccato. Viriamo dopo il Cristina e l’Agnese e puntiamo leggermente strallati  sopravvento alla boa della  Bussola. Il Cristina si butta a terra. Sembra quasi che voglia rientrare in porto. Ma so che, pelando la costa , risalirà piano piano e si troverà in boa prima di noi. Quante volte non ci ha fottuto in questa maniera ? E succede, puntualmente, anche questa volta. Ma il distacco non è incolmabile. Una buona bolina può rimetterci in corsa anche in considerazione che ci siamo scrollati di dosso il Mauro. Piero mi chiede di fare l’ultima bolina. Non so se vuole divertirsi o spera di fare meglio di me. Non ci sono problemi anzi. Se va bene sarò contento per la vittoria, se il distacco aumenterà vuol dire che la barca non va o che Piero è più scarso di me. E siccome Piero non è più scarso di me non rimane altro che dare la colpa alle vele. Io andrei sotto costa per tallonare il Cristina e perché penso che il vento stia morendo dal mare aperto. Ma non dico niente perché lascio a Piero la completa responsabilità di tutto. Solo Andrea Mura percorrere la nostra stessa rotta, tutti gli altri si buttano sotto costa. Non ci vuole molto a capire che siamo finiti nella merda. Il Cristina e l’Agnese aumentano notevolmente il distacco e quel che peggio il Mauro ci mangia due minuti piazzandosi prima di noi. Peccato, peccato. Ma è giusto, i polli devono essere puniti.

Non è il caso di parlare più di classifica. E’ meglio che corra a casa a vedere “domenica in”.

 

 

Venerdì, 10 marzo 1989.

Prima di scrivere queste poche righe conclusive ho voluto far passare alcuni giorni per aver più tempo a disposizione per meditare sulla nostra sconfitta. Rileggo quanto scrivevo il 4 febbraio. Una mezza pagina a sparare contro la randa modificata e ancora la sensazione netta, precisa, ripetutamente manifestata anche a voce, che la barca non ha il rendimento di prima.  La prima regata non fa che avvallare le mie ipotesi. Finiamo decimi e scrivo ancora: “questa randa ci porterà alla rovina”. Concludo amareggiato ipotizzando un mio ritiro dalle regate. Parole profetiche ? no, semplicemente di timoniere che dopo un centinaio di ore al timone di una barca sente che qualcosa non va per il verso giusto, che si è rotto un equilibrio, che quelle vele, lassù, non sono più quelle di prima. E’ passato un mese, abbiamo fatto quattro regate e mi sento di affermare che siamo stati battuti, per il settanta per cento, per colpa delle vele e in particolare della randa. Persino sabato con trentacinque nodi di vento la barca andava male. In autunno, con vento forte, non avevamo avuto rivali. Oltre le vele mi sembra giusto attribuire il resto della colpa a me e a Piero. Perché ? ma perché da chi altri potevano venire le scelte tattiche vincenti ? le accurate regolazioni delle vele e l’efficiente addestramento dell’equipaggio ? Ho fatto un piccolo calcolo.Tra me e Piero avremo totalizzato settecento, ottocento regate. Saranno non meno di quattromila ore di mare per non contare gli allenamenti, le crociere e le passeggiate. Non meno di diecimila ore di mare. Una vita interamente dedicata alla vela. Potevamo fare molto di più, ma penso che il fisico ci abbia pesantemente condizionato. La stanchezza, specialmente alla fine della regata, può non averci dato la necessaria lucidità nelle decisioni importanti.

L’equipaggio è stato all’altezza della situazione. I ragazzi sono stati magnifici, tutti. Mauro, Sandro, Daniele, Chicco, Mariano si sono sobbarcati il lavoro più duro e pericoloso senza mai lamentarsi. Da parte loro non è certo mancato l’agonismo o l’entusiasmo, ma mi hanno più di tutto impressionato le loro qualità umane. Ha detto bene Sandro Murgia: <<abbiamo fatto tutte queste regate senza mai litigare         >>.

Quando Cino Ricci fece l’equipaggio per la Coppa America affermò che imparare ad andare in barca a vela non è difficile, difficile è saper stare su una barca in regata e affrontare tutte le difficoltà con senso della misura, con spirito di collaborazione e di amicizia. In poche parole qualità umane che non si possono insegnare, o si hanno o non si hanno. Da questo punto di vista siamo stati un vero equipaggio nel vero senso della parola. Abbiamo passato delle splendide giornate in mare, giornate esaltanti e giornate sofferte ma, perdio, nessuno può dire di aver vinto senza aver fatto prima  i conti con noi. I ragazzi meritavano qualcosa di più ma se in loro si è acceso il fuoco divoratore della regata avranno in futuro mille occasioni per trascorrere in mare giorni migliori. E se noi, vecchi tromboni stanchi, abbiamo contribuito ad accendere questo sacro fuoco possiamo ritenerci soddisfatti e abbondantemente ripagati delle nostre fatiche.

Ho mantenuto la promessa di scrivere queste brevi note a caldo senza cambiare una sola virgola. Salvo l’ultima, ho scritto queste pagine, quasi sempre, appena rientrato a casa e quindi ancora sotto l’influenza delle vicende vissute.

Naturalmente l’intero commento è una particolare visione degli avvenimenti vissuti da poppa. Le teorie espresse sono naturalmente personali senza la presunzione di aver fatto nuove scoperte.

 

 

Una cosa strana il vento,

non si sa come inizia,

nessuno sa dove va;

E’ il VENTO, inizia e soffia.

                                                                                                                           

                                                                        John  MANSFIELD

 

 

Mercoledì, 15 febbraio 2000.

<< Refolino dove sei ? mi hai abbandonato ? sono anni, più di dieci, che non ho sentito il tuo respiro. Dio quanto mi manchi.>>

<< Ciao marinaio. Non è vero che ti ho abbandonato, sei tu che hai disertato i luoghi dove insieme abbiamo cantato la giovinezza e la vita. Ma non è il tuo corpo che ho visto sfuggirmi in mare e in cielo ma il tuo animo, la tua mente. Sì, ancora non ti sei arreso del tutto, mandi nel cielo con i tuoi modelli tutti i tuoi sogni perduti, le residue speranze e le malinconiche visioni di un futuro che vedi piano piano svanire>>.

<< Refolino anche se mi hai letto nel profondo dell’animo non esagerare. Ma dimmi perché mi hai sempre chiamato “ marinaio” ? sono stato anche un aviatore e ho amato molto il volo.>>

<< Ti ho sempre chiamato “marinaio” perché è in mare che ti ho conoscito e perché  per decenni ho soffiato la vita nelle tue vele. Qualche volta ho contribuito a sostenere le ali del tuo velivolo, ma il mio respiro era un di più. L’aeroplano vola anche senza vento ed è per questo che ho sempre considerato le tue scappatelle nel cielo come un mezzo tradimento.>>

<< Ho capito, sei stato convincente. Caro Refolino dobbiamo lasciarci. Con me perdi solo tempo. Torna al tuo mare dove tanti giovani hanno bisogno di te. Io ormai sono un povero vecchio che guarda la vela in televisione  e vive di ricordi.>>

<< Addio marinaio, ma non essere triste. Ricordi quando al trapezio vedevi il 470 volare sull’acqua senza lasciare scia, o quando sentivi le ruote staccarsi dalla pista e volavi incontro al sole, o quando dopo una notte magica il sole sorgeva dal mare e la barca sembrava rinascere ? Tutte piccole cose, dirai, ma che tu hai vissuto con grande amore e che ti hanno coinvolto totalmente. Sei stato un uomo fortunato.

Come diciamo ? mettere a “segno” la barca. Metti a “segno” la tua la tua vita e cerca di essere pronto a virare. >>

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

   
   

 
   

 

 

 

 

 

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