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Domenica, 5 marzo
1989.
Era nelle previsioni.
Il maestrale è calato e si annuncia una splendida giornata di sole.
Ma di vento se ne vede
poco. Siamo di buon umore nonostante si preveda una giornata non proprio
favorevole per noi. Usciamo verso le dieci e attendiamo pazientemente le
decisioni della giuria e soprattutto l’arrivo del vento. Lo spettacolo,
per Cagliari, e io direi per quasi tutta l’Italia, è imponente. Conto
oltre quaranta barche. Mai visti tanti I.O.R al Poetto. Piero passa il
tempo facendo visite di cortesia con le altre barche, io armeggio con la
telecamera e Nanni dormicchia rilassato sulla tuga. Rimorchiamo Antonello
che è al timone di un J24 senza motore.
Verso sud-ovest pare
si muova qualcosa. E’ questione di minuti che il libeccio arriva anche al
Poetto. Pochi nodi ma ci permette di muoverci. Pedemonte segnala: regata
costiera. E’ un percorso che non ci ha mai premiato e siamo delusi. In
fondo io e Piero siamo rimasti dei derivisti e per noi il triangolo
olimpico la regata migliore.
Ci godiamo la partenza
dei J24. Si intruppano tutti in punto della linea di partenza e scoppia la
bagarre. Gli equipaggi dei J24 sono tra i velisti più irascibili e
rissosi. Fortunatamente la velocità è bassa e non si verificano collisioni
pericolose. Non vedo bandiere di protesta segno che hanno risolto tutto,
bonariamente, in famiglia. Ora tocca a noi. Partiamo da una zona
abbastanza tranquilla e non abbiamo problemi, mura a dritta, a metterci in
rotta. Non vediamo la boa ma speriamo di fare un bordo solo. Vento
intorno ai dieci nodi, mare calmo e bel sole. Proprio una giornata
magnifica per passeggiare, ma non per regatare. Viriamo per primi la boa e
puntiamo verso Cagliari. La rotta diretta è un lasco ma noi cerchiamo di
tenerci un po’ alti in modo da percorrere le ultime miglia sotto spi.
Anche gli altri che contano hanno la stessa idea, anzi, puntano
decisamente a ponente. Dico a Piero che vedere il Cristina, il Mauro e
l’Agnese così sopravvento mi preoccupa. Ma come il solito le mie
pessimistiche previsioni non sono condivise. Una costante di questo
campionato è stata quella di aver fatto quasi sempre delle rotte solitarie
prendendo regolarmente schiaffi. Questa tattica è valida se si è nelle
ultime posizioni ma quando si è in testa bisogna cercare di navigare nella
stessa zona dei possibili avversari. Ma il bello è che i nostri avversari
non ci hanno mai preso sul serio perché raramente si sono buttati sulla
nostra scia. Errori madornali che potevano e sono costati preziosi punti.
Ma è facile ragionare a tavolino e un conto ragionare sul ponte di una
barca a vela. Forse è questo che distingue i grandi campioni. Sappiamo
tutto della vela e della regata ma alle volte cadiamo banalmente nelle
trappole che la prospettiva, il vento, il mare e gli avversari tendono
lungo il percorso. Ma questo è tutto un altro discorso.
Quando crediamo di
poterlo reggere tiriamo su lo spi e puntiamo verso la boa del porto.
Arriviamo prima del Cristina ma l’Agnese ha diritto di precedenza e devo
lasciarlo passare. Ma sono più veloce e dopo la virata lo ingaggio
sopravvento. Sento che è mio, evidentemente non hanno ancora le vele a
segno perché non rispondono al mio attacco. Sul più bello Piero mi dice di
virare. Forse è meglio così, non ha senso un ingaggio all’ultimo sangue
con il Cristina in aguato. Mure a dritta verso sud-est di bolina stretta.
Anche l’Agnese vira e, come se avesse dato motore, se ne va stringendo
come un dannato. Rimaniamo soli. Il gruppo, come al solito, naviga molto
sopravvento. Nonostante la regata non stia andando male sento la barca
lenta e senza forza. Peccato, peccato e ancora peccato. Viriamo dopo il
Cristina e l’Agnese e puntiamo leggermente strallati sopravvento alla boa
della Bussola. Il Cristina si butta a terra. Sembra quasi che voglia
rientrare in porto. Ma so che, pelando la costa , risalirà piano piano e
si troverà in boa prima di noi. Quante volte non ci ha fottuto in questa
maniera ? E succede, puntualmente, anche questa volta. Ma il distacco non
è incolmabile. Una buona bolina può rimetterci in corsa anche in
considerazione che ci siamo scrollati di dosso il Mauro. Piero mi chiede
di fare l’ultima bolina. Non so se vuole divertirsi o spera di fare meglio
di me. Non ci sono problemi anzi. Se va bene sarò contento per la
vittoria, se il distacco aumenterà vuol dire che la barca non va o che
Piero è più scarso di me. E siccome Piero non è più scarso di me non
rimane altro che dare la colpa alle vele. Io andrei sotto costa per
tallonare il Cristina e perché penso che il vento stia morendo dal mare
aperto. Ma non dico niente perché lascio a Piero la completa
responsabilità di tutto. Solo Andrea Mura percorrere la nostra stessa
rotta, tutti gli altri si buttano sotto costa. Non ci vuole molto a capire
che siamo finiti nella merda. Il Cristina e l’Agnese aumentano
notevolmente il distacco e quel che peggio il Mauro ci mangia due minuti
piazzandosi prima di noi. Peccato, peccato. Ma è giusto, i polli devono
essere puniti.
Non è il caso di
parlare più di classifica. E’ meglio che corra a casa a vedere “domenica
in”.
Venerdì, 10 marzo
1989.
Prima di scrivere
queste poche righe conclusive ho voluto far passare alcuni giorni per aver
più tempo a disposizione per meditare sulla nostra sconfitta. Rileggo
quanto scrivevo il 4 febbraio. Una mezza pagina a sparare contro la randa
modificata e ancora la sensazione netta, precisa, ripetutamente
manifestata anche a voce, che la barca non ha il rendimento di prima. La
prima regata non fa che avvallare le mie ipotesi. Finiamo decimi e scrivo
ancora: “questa randa ci porterà alla rovina”. Concludo amareggiato
ipotizzando un mio ritiro dalle regate. Parole profetiche ? no,
semplicemente di timoniere che dopo un centinaio di ore al timone di una
barca sente che qualcosa non va per il verso giusto, che si è rotto un
equilibrio, che quelle vele, lassù, non sono più quelle di prima. E’
passato un mese, abbiamo fatto quattro regate e mi sento di affermare che
siamo stati battuti, per il settanta per cento, per colpa delle vele e in
particolare della randa. Persino sabato con trentacinque nodi di vento la
barca andava male. In autunno, con vento forte, non avevamo avuto rivali.
Oltre le vele mi sembra giusto attribuire il resto della colpa a me e a
Piero. Perché ? ma perché da chi altri potevano venire le scelte tattiche
vincenti ? le accurate regolazioni delle vele e l’efficiente addestramento
dell’equipaggio ? Ho fatto un piccolo calcolo.Tra me e Piero avremo
totalizzato settecento, ottocento regate. Saranno non meno di quattromila
ore di mare per non contare gli allenamenti, le crociere e le passeggiate.
Non meno di diecimila ore di mare. Una vita interamente dedicata alla
vela. Potevamo fare molto di più, ma penso che il fisico ci abbia
pesantemente condizionato. La stanchezza, specialmente alla fine della
regata, può non averci dato la necessaria lucidità nelle decisioni
importanti.
L’equipaggio è stato
all’altezza della situazione. I ragazzi sono stati magnifici, tutti.
Mauro, Sandro, Daniele, Chicco, Mariano si sono sobbarcati il lavoro più
duro e pericoloso senza mai lamentarsi. Da parte loro non è certo mancato
l’agonismo o l’entusiasmo, ma mi hanno più di tutto impressionato le loro
qualità umane. Ha detto bene Sandro Murgia: <<abbiamo fatto tutte queste
regate senza mai litigare >>.
Quando Cino Ricci fece
l’equipaggio per la Coppa America affermò che imparare ad andare in barca
a vela non è difficile, difficile è saper stare su una barca in regata e
affrontare tutte le difficoltà con senso della misura, con spirito di
collaborazione e di amicizia. In poche parole qualità umane che non si
possono insegnare, o si hanno o non si hanno. Da questo punto di vista
siamo stati un vero equipaggio nel vero senso della parola. Abbiamo
passato delle splendide giornate in mare, giornate esaltanti e giornate
sofferte ma, perdio, nessuno può dire di aver vinto senza aver fatto
prima i conti con noi. I ragazzi meritavano qualcosa di più ma se in loro
si è acceso il fuoco divoratore della regata avranno in futuro mille
occasioni per trascorrere in mare giorni migliori. E se noi, vecchi
tromboni stanchi, abbiamo contribuito ad accendere questo sacro fuoco
possiamo ritenerci soddisfatti e abbondantemente ripagati delle nostre
fatiche.
Ho mantenuto la
promessa di scrivere queste brevi note a caldo senza cambiare una sola
virgola. Salvo l’ultima, ho scritto queste pagine, quasi sempre, appena
rientrato a casa e quindi ancora sotto l’influenza delle vicende vissute.
Naturalmente l’intero
commento è una particolare visione degli avvenimenti vissuti da poppa. Le
teorie espresse sono naturalmente personali senza la presunzione di aver
fatto nuove scoperte.
Una cosa
strana il vento,
non si
sa come inizia,
nessuno
sa dove va;
E’ il
VENTO, inizia e soffia.
John MANSFIELD
Mercoledì, 15 febbraio
2000.
<< Refolino dove sei ?
mi hai abbandonato ? sono anni, più di dieci, che non ho sentito il tuo
respiro. Dio quanto mi manchi.>>
<< Ciao marinaio. Non
è vero che ti ho abbandonato, sei tu che hai disertato i luoghi dove
insieme abbiamo cantato la giovinezza e la vita. Ma non è il tuo corpo che
ho visto sfuggirmi in mare e in cielo ma il tuo animo, la tua mente. Sì,
ancora non ti sei arreso del tutto, mandi nel cielo con i tuoi modelli
tutti i tuoi sogni perduti, le residue speranze e le malinconiche visioni
di un futuro che vedi piano piano svanire>>.
<< Refolino anche se
mi hai letto nel profondo dell’animo non esagerare. Ma dimmi perché mi hai
sempre chiamato “ marinaio” ? sono stato anche un aviatore e ho amato
molto il volo.>>
<< Ti ho sempre
chiamato “marinaio” perché è in mare che ti ho conoscito e perché per
decenni ho soffiato la vita nelle tue vele. Qualche volta ho contribuito a
sostenere le ali del tuo velivolo, ma il mio respiro era un di più.
L’aeroplano vola anche senza vento ed è per questo che ho sempre
considerato le tue scappatelle nel cielo come un mezzo tradimento.>>
<< Ho capito, sei
stato convincente. Caro Refolino dobbiamo lasciarci. Con me perdi solo
tempo. Torna al tuo mare dove tanti giovani hanno bisogno di te. Io ormai
sono un povero vecchio che guarda la vela in televisione e vive di
ricordi.>>
<< Addio marinaio, ma
non essere triste. Ricordi quando al trapezio vedevi il 470 volare
sull’acqua senza lasciare scia, o quando sentivi le ruote staccarsi dalla
pista e volavi incontro al sole, o quando dopo una notte magica il sole
sorgeva dal mare e la barca sembrava rinascere ? Tutte piccole cose,
dirai, ma che tu hai vissuto con grande amore e che ti hanno coinvolto
totalmente. Sei stato un uomo fortunato.
Come diciamo ? mettere
a “segno” la barca. Metti a “segno” la tua la tua vita e cerca di essere
pronto a virare. >>

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