50 anni di vela

 

Le puntate precedenti

 

 

Giuseppe Bolengo fu trasferito a Catania e quindi dovette vendere la “Ciccina”. Ero praticamente senza imbarco ma gli impegni con l’aviazione mi tenevano abbondantemente occupato. Nell’autunno del 1971 cominciai a navigare con la nuova barca di Sandro Ricetto: un Alpa 12.70. L’ Alpone era una barca costruita in piccola serie dall’Alpa per conto di un consorzio  di cui facevano parte, tra gli altri, Leopoldo Pirelli e Sozzani. Non so come fece ma anche Sandro era riuscito ad entrare nel giro. Vi era molta aspettativa per questa nuova barca. Progettata dallo studio Sparkman & Stephens, allora sicuramente, gli architetti più famosi del mondo, la barca prometteva un notevole rendimento in regata e un adeguato conforto in crociera. L’Alpa aveva aderito al progetto con entusiasmo con la speranza di ricavarne grossi vantaggi economici e di immagine. Purtroppo l’operazione fu un fallimento e il 12.70 non brillò né in regata ne come barca da crociera. Ma in quei giorni se ne parlava molto e già le prime unità cominciavano a partecipare alle regate.



 

IL  NINA  VII

Sandro mi propose di far parte dell’equipaggio del “Nina” con il compito di navigatore. Era una specialità tutta da inventare perché a Cagliari, a quei tempi, la vela d’altura stava muovendo i primi passi e ancora non si erano ben delineati i compiti riservati ai membri dell’equipaggio. Comunque ritenni che il mio compito sarebbe stato quello di sollevare lo skipper da tutte le incombenze relative ai rapporti con il Comitato di Regata, della raccolta delle previsioni meteo, dello studio del bando di regata, del conteggio dei tempi durante le partenze e dai problemi di rotta durante la regata. Infine studiare il percorso in relazione ai venti previsti e probabili ed eseguire tutti i calcoli relativi ai compensi delle barche nostre concorrenti. In poche parole fornivo allo skipper e al timoniere tutte le notizie che nel corso della regata potevano essere utili per prendere le più svariate decisioni.

Regatai due anni con il “Nina” ma più che marinara fu una grande esperienza umana. Capii che tutti possono imparare a far navigare una barca a vela decentemente, ma pochi hanno le qualità umane per vivere e lavorare, in situazioni spesso fortemente emotive, in un gruppo etererogeneo come quello di un equipaggio da regata. Imparai che per dare ordini che vengano eseguiti bisogna essere stimati da tutti ma, soprattutto non disgiungere le nostre responsabilità da quelle dei compagni. Si vince e si perde tutti insieme. Ogni barca ha l’equipaggio che si merita e ogni equipaggio ha la barca che si merita. E ancora: ogni skipper ha l’equipaggio che si merita e ogni equipaggio ha lo skipper che si merita.

 

 

Luglio 1972. Siamo partiti verso le 18 diretti a Carloforte per la solita regata in occasione della coppa Yeracon. E’ la seconda volta che vado a Carloforte a regatare e non posso dire che sia mai stata un’avventura di mio gusto. Piero non è con noi. E’ sul “Bonifacio”. Come al solito al traverso della SARAS il vento cala e un callazzo spaventoso piomba sulle barche  come una maledizione. Una notte allucinante trascorsa cercando disperatamente di far camminare la barca. Il genoa leggero andrà su, per essere calato poco dopo, almeno cinquanta volte. All’alba non abbiamo ancora doppiato capo Teulada e il fatto di essere in testa non ci consola. Nel golfo di Palmas l’”E tu ?” di Edilio di Martino si butta a terra. Prende a rosicchiare la costa allungando enormemente il percorso. Ma si muove. Noi stiamo fermi, anzi in certi momenti la corrente sembra spingerci indietro. Le barche sono sparse per miglia e miglia e il “Sims”, che è andato a cercare il vento molto fuori pare che sia finito nel triangolo della morte. L’isola di S.Antioco pare un incubo che ci perseguita per oltre cinque ore. A poche miglia da Carloforte un bel maestralino ci permette di tagliare il traguardo secondi in tempo reale. Ventisei ore per percorrere settanta miglia. Una media inferiore ai sei nodi. Durante la notte, una alla volta, arrivano le altre barche.

Per la coppa Yeracon, un maestrale da cinquanta nodi spazza il canale impetuosamente. Il triangolo di circa diciotto miglia è percorso in poco più di due ore. Nell’ultimo lato, in poppa, tiriamo su lo spi e voliamo letteralmente a nove nodi. Vinciamo. Mentre stiamo disarmando vedo il “Bonifacio” arrivare sparato con lo spi a riva. So che Piero non ha un equipaggio per dominare lo spi con quel vento. Le mie paure sono ben fondate perché, non appena tagliato il traguardo, il “Bonifacio” straorza mettendo l’albero e lo spi in mare. Sembra che non ce la faccia a riprendersi e per di più punta in velocità verso la scogliera del molo sopraflutto. Quando ormai sembra che non ci siano speranze vediamo la barca raddrizzarsi improvvisamente. Qualcuno è riuscito a mollare o a tagliare la scotta.

 

Ricordo con il “Nina” una Cagliari-Cala Caterina-Punta Zavorra-Cagliari. La mattina della partenza il maestrale soffiava a cinquanta nodi e sapevamo che  da Cala Caterina a Punta Zavorra, circa venti miglia, il vento e il mare ci avrebbero impegnati per almeno quattro ore nelle condizioni peggiori. In mezzo al golfo il maestrale soffia con una forza incredibile senza un attimo di respiro e solleva un mare corto, veloce e ripido che per una barca che bolina sono un vera e propria tortura. Sarei volentieri rimasto a terra, non per paura, ma per buon senso. Partimmo male e in un attimo quasi tutte le barche nostre concorrenti ci superarono. Tiranno su uno spinnaker da vento e la barca sembrò ricevere un calcio in culo. L’anemometro segnava quarantacinque nodi più gli otto nodi della velocità della barca facevano un vento reale di cinquantatrè nodi. Il “Nina” sembrava volare e agevolato dal mare pareva tentarsi la planata. Piero faceva una gran fatica a tenerla in rotta ma in pochi minuti eravamo in testa. Il povero spi sopportava uno sforzo tremendo e la sua sofferenza si manifestava con vistose deformazioni. Quando esplose ero sotto coperta. Un boato spaventoso e una allarmante vibrazione dell’albero mi raggiunsero mentre ero seduto al tavolo da carteggio. Mi precipitai in coperta e vidi brandelli di tela che frustavano l’aria. Fortunatamente venne giù bene e continuammo la poppa con la randa e il genova. Immaginai la goduria delle altre barche nel vedere il nostro spi esplodere ma rimaneva il fatto che noi avevamo osato e loro no. Eravamo rimasti in tre: noi, il “Sims” e l’ “”E tu ?”. Le altre barche erano lontane di poppa. Virata la boa di cala Caterina il vento e il mare ci investirono di prua con estrema violenza. Non vi era molto da fare. Terzarolata la randa, armato a prua un fiocco due, messi a segno i passascotte non rimaneva altro lavoro che per il timoniere e per l’uomo alla scotta della randa. Accucciati sopravvento, uno sull’altro per ripararci dall’acqua, dal vento e dal freddo, trascorreremo quelle ore soffrendo con la barca che sentivamo picchiare dolorosamente contro quel mare violento e incazzato. Navigammo di conserva con il “Sims” e L’ “E tu ?” fino a punta Zavorra e anche nell’ultimo tratto fino a Cagliari nessuna barca riuscì a staccare le altre due. Non ricordo chi vinse ma sono regate dove vincono tutti. Passare dieci ore in mare, in piena tempesta e tornare a casa sani e salvi con la barca intatta è una grande vittoria. Certo non è il caso di parlare di raffinatezze, di capolavori di tattica o di boline sparate al grado, di vele che sembrano disegnate nella galleria del vento ma semplicemente una costante e accurata gestione di forze molto, molto più grandi di noi.

 

 

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

 

   
   

 
   

 

 

 

 

 

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